NEFROLOGIA DAI TANTI COLORI: IL NURSING MULTICULTURALE IN EMODIALISI

Veneziano D1, MarraroL1, Vittorio A1, Floridia S,1 Gianni G1, Denaro G1, Gozzo L1, Rossitto G2, Bongiovanni N2, Zappulla C2, Vita A2, Sessa C1, Reina A2, Di Franco S1, De Luca G1, Corsaro L2, Bascetta D1, Bono V1, Gianni S2.
1 Servizio Nefrodialitico Tike - 2 Ambulatorio di Emodialisi Floridiano

 

Introduzione
 
Nel nostro Paese, teatro di imponenti fenomeni di immigrazione, è impossibile pensare alla staticità culturale, nella società come nell’ambiente sanitario. Con i flussi migratori è aumentata la richiesta di assistenza sanitaria da parte delle popolazioni straniere per le quali, spesso, si configura il rischio di scarsa compliance a causa delle barriere linguistiche e del sostrato di appartenenza. Diventa, dunque, un dovere deontologico conoscere i contesti socio-culturali di provenienza per offrire un’assistenza ottimale. I nostri professionisti necessitano, in questi casi, di essere addestrati da associazioni scientifiche ed umanitarie di mediazione culturale affinché lo straniero che giunge nel nostro Paese affrontando innumerevoli cambiamenti di cultura, di religione, di alimentazione e di lingua, non subisca anche il trauma di un insufficiente trattamento medico.

Metodologia
 
Sul principio dello “Human Care” e del più ampio Nursing transculturale, la comunicazione acquisisce un ruolo fondamentale. Il sanitario deve comunicare efficacemente, per essere un professionista empatico, avvalendosi della figura del mediatore culturale.     La nostra équipe si è avvalsa della figura di un mediatore culturale per migliorare l’approccio con il paziente straniero.     Nel nostro case report abbiamo confrontato i seguenti parametri: pressione arteriosa, Kt/V, incremento pon-derale, potassiemia e proteine totali, alla prima dialisi (T0) e dopo sei mesi (T1) dalla formazione del personale.

Risultati
 
Nel nostro ambulatorio di emodialisi unico soggetto arruolato un paziente nigeriano, 40 anni, in Italia da 7 anni ed in trattamento emodialitico da 3 anni. Sono stati presi in considerazione i parametri clinici e biochimici sopra citati prima e dopo la formazione da parte del personale di mediazione culturale. Il confronto dei dati ha messo in evidenza un miglioramento significativo dimostrato dal test T di Student a due code di tutti i dati raccolti nel periodo di esame (Grafico 1).

 Grafico 1 miglioramento dei parametri

Conclusioni
 
L’obiettivo di un buon lavoro multidisciplinare è quello di avere una comunicazione più chiara, per rispondere al meglio alle esigenze del paziente ed a quelle dell’operatore sanitario. Con il nostro lavoro abbiamo potuto mettere in evidenza come il superamento delle barriere linguistiche e culturali possa essere tangibilmente utile nell’efficacia della terapia medica.

Bibliografia

  1. Pellegrini Walter (2010), “Le radici del futuro. Human Caring: passaggio attraverso il cuore. Il senso della scienza infermieristica”, Collana: Valutare e Decidere in Infermieristica, C. G. Edizioni Medico Scientifiche, Villanova Mondovì (CN).

LA TEORIA DEI VOLUMI MANCANTI

M. Vargiu1, L. Tiozzo1, B. Pariani1, N. Quinto1, M. Scialfa1, C. Fincato1, V. Micheli1, M. G. Stochino1, A.Stevanin1, G. Chiorzi1, S. Vergari1, J. Favato1, A. D’alfieri1, P. Aspesi1, M. Pellizzaro1, M. Orsi1

[1] ASST Valle Olona Busto Arsizio, U.O. Nefrologia e Dialisi ospedali di Gallarate, Angera e Somma Lombardo

 

Introduzione
Un’eccesiva rimozione di volumi d’acqua durante il trattamento dialitico può comportare emoconcentrazione, ipovolemia e causare ipotensione marcata.  Un' ematocrito elevato, determina un aumento della viscosità ematica in maniera esponenziale e proporzionalmente lo shear stress. Si riduce inversamente la portata della fav. Tutte queste condizioni predispongono alla stenosi/trombosi .

Metodologia
Da novembre 2013 a gennaio 2016 abbiamo effettuato uno studio su 13 favp al fine di preservare la pervietà e la funzionalità nel tempo, rilevando e trattando precocemente le complicanze. Strumenti utilizzati: scheda accesso vascolare, biosensori ,ecografia, esami emato-chimici.

Risultati
Correlazione tra deplezione di volume associata a valori predialisi di HTC compresi tra 36-42, a complicanze stenotiche/trombotiche nel 70% dei casi.

Efficacia della rilevazione della P.V. Dinamica per evidenziare precocemente le stenosi, nel 90% dei casi;
Pervietà delle favp a 6 mesi 100%, a 24 mesi 70%.

Conclusioni
Lo studio ci ha permesso di verificare l’importanza della valutazione precisa e modulata nel tempo del peso secco, onde evitare complicanze sistemiche/di accesso, connesse direttamente ai volumi mancanti. Con la nuova metodologia di sorveglianza (estesa nel 2016 a tutte le fav) si è implementato l’utilizzo della tecnologia e dei suoi algoritmi consentendo il monitoraggio contemporaneo su più pazienti e parametri, permettendoci di identificare con alta percentuale di probabilità i volumi disponibili.

Bibliografia

  1. Silvia Consolo - Il peso secco nel bambino in emodialisi - GTND volume 27 numero 4 Ottobre-Dicembre 2015
  2. Atti convegno XXXIII Congresso nazionale Edtna-erca: Competenze specialistiche in area nefrologica: clinica, ricerca, formazione, dirigenza. Le prospettive per il nursing relazione di Marcello Napoli. Dal monitoraggio alla diagnostica di II livello e radiologia interventistica - 14-16 maggio 2015.
  3. Atto del convegno: Accessi vascolari per emodialisi; trattamenti e nuove possibilità tecniche tenutosi in A. O. Di Circolo e Fondazione Macchi, relazione del Dott. Matteo Tozzi - 18 marzo 2014 e 12 maggio 2014.
  4. Roberto Ferraresi - FAV DIFFICILI: Ruolo dello studio emodinamico - NEFROLOGIA Gennaio-Aprile 2015
  5. Proposta di Linee Guida per gli Accessi Vascolari per Emodialisi-Luisa Berardinelli ,P.F. Frosini, Massimiliano Gessaroli
  6. Pubblicazione Fresenius (BVM-Blutvolumenmonitor)

SUPERVISIONE CASI CLINICI: UN AIUTO ALL’INFERMIERE MULTITASKING

1 Bernardi M.L. 2Pariani B., 2 Moro C. 2 Fotia T. 2Corciulo E. 2Tiozzo L. 2 D'alfieri A. 3 Taverna B. 3 Salvaggio G. 3 Tartagne M. 4 Belei V. 4 Cantisani P. 4 Nichetti R. 4 Armiraglio M. 4 Maccarone G. 4 Azzarelli M. 4 Longi R.

[1] ASST Valle Olona Dipartimento area Psichiatrica, Ospedale di Gallarate
[2] ASST Valle Olona Dialisi ospedale di Gallarate, Angera e Somma Lombardo
[3] ASST Valle Olona Dialisi ospedale di Saronno
[4] ASST Valle Olona Dialisi ospedale di Busto Arsizio e cal di Castellanza

 

Introduzione
  
Dal 2014 al 2016 si è sviluppato un progetto di supervisione aperto al gruppo infermieristico nefrologico di sei ospedali nella provincia di Varese, con l'obiettivo di analizzare attraverso un percorso formativo e l'aiuto di un supervisore esterno (Coordinatore Infermieristico di area psichiatrica con specializzazione in comunicazione neurolinguistica), i casi clinici e i processi assistenziali particolarmente critici, potenziando la competenza relazionale dell'infermiere per una solida alleanza terapeutica con il paziente in terapia dialitica.

Metodologia
  
In tre anni sono state effettuate 4 sessioni di formazione con incontri mensili, coinvolgendo 20 infermieri per volta. In ogni incontro un operatore si è fatto portavoce del gruppo presentando una situazione assistenziale che creava particolari criticità nella relazione o gestione infermieristica. Il supervisore con una visione esterna al gruppo, ha analizzato le dinamiche relazionali ed attraverso una comunicazione circolare ha restituito al gruppo degli input per migliorare la gestione del paziente.

Risultati
  
30 incontri, coinvolgimento del 70% dell’équipe infermieristica. Le criticità relazionali maggiori che sono emerse nella gestione del dializzato sono: anomalie comportamentali durante la seduta dialitica,  gestione di utenti giovani con prognosi infauste, comorbilità psichiatrica nel paziente dializzato,  gestione del paziente straniero, il vissuto invalidante della malattia cronica.  I questionari di customer hanno evidenziato l’utilità formativa e la ricaduta positiva sul clima del team di lavoro (punteggio finale 3,25 con score da 0 a 4).

Conclusioni
  
La cronicità e la dipendenza del paziente verso gli operatori sanitari sottolinea l'importanza della valenza Multitasking dell'infermiere nefrologico che necessita però, di supporto per la gestione degli stati emozionali e per rinforzare in modo positivo l'alleanza terapeutica. E’ stato spostato il focus della supervisione, dal paziente all'operatore ed al suo apprendimento.

Bibliografia

  1. La supervisione nella pratica clinica – Per Formatwww.performat.it › Pubblicazioni Articoli › Area Clinica consultato il 8.1.2017https://www.google.it/webhp?sourceid=chrome-instant&rlz=1C1AVSX_enIT404IT406&ion=1&espv=2&ie=UTF-8#
  2. http://www.diredonna.it/lavori-multitasking-il-segreto-e-lelasticita-90499.html; consultato il 8.1.2017
  3. Egan G. (1990) – The Skiller helper. A systematic approach to effective helping – Brooks/Cole Publishing Co., Monterey, CA 3 pp
  4. May R. (1991) – L'arte del counseling. Il consiglio, la guida, la supervisione – Editore Astrolabio, Roma, 4 pp

INDAGINE SULLA QUALITA’ DI VITA CORRELATA ALLA SALUTE DELLA PERSONA TRAPIANTATA DI RENE

M. Sgreccia M., A. Sanchi  U.O. Nefrologia e Dialisi Azienda USL della Romagna AOO di Rimini

 

Introduzione
 
Il trapianto renale rappresenta il trattamento di elezione per la maggior parte dei pazienti affetti da insufficienza renale terminale. Offre una buona qualità di vita, un miglior stato di salute a lungo termine, il ripristino di una normale funzionalità re1nale e il ritorno per la maggior parte dei pazienti ad una vita socialmente produttiva  La qualità di vita correlata alla salute in un paziente che è stato sottoposto a trapianto renale, è quel parametro utilizzato per misurare il modo in cui lo stato di salute influisce sulla percezione che la persona ha della propria sfera fisica, psichica ed emotiva  Le misurazioni della qualità di vita correlata alla salute, possono essere usate in maniera indipendente o ad integrazione delle valutazioni cliniche tradizionali per definire l’impatto generale che la condizione di “trapiantato” sta esercitando sul suo stile di vita. I questionari costruiti con la finalità di valutare tale parametro, aiutano l’equipe di riferimento nell’identificazione dei settori maggiormente toccati da una malattia o condizione cronica.  Nella Azienda USL della Romagna, AOO di Rimini è presente un ambulatorio Trapianti Renali che funge da centro nefrologico afferente e si fa carico dell’aspetto gestionale, organizzativo, assistenziale a lungo termine del paziente trapiantato di rene. In questo ambulatorio sono seguiti 125 pazienti sottoposti a trapianto renale (dato rilevato al 31/05/2015). Presso questo ambulatorio, non è mai stata compiuta un’indagine relativa alla qualità di vita post-trapianto.

Metodologia
Obiettivi
 
Indagare la qualità di vita del paziente trapiantato di rene;  Costituire punto di partenza per valutazioni future;  Migliorare eventuali aspetti assistenziali che possano emergere dal questionario stesso.

Popolazione
 
Tutti i pazienti prevalenti dell’ambulatorio che si sono presentati al controllo dal 16 Marzo al 25 Aprile 2015: totale 85 pazienti.

Strumenti
 
Questionario SF36 modificato, al quale è stato aggiunta una appendice che indaga la qualità dell’assistenza ricevuta presso l’ambulatorio

Risultati
 
Il 75% dei pazienti, di età compresa tra i 20 e gli 85 anni, reputa la propria salute“buona”, “molto buona” ed “eccellente”.  In merito alla sfera fisica e alle ripercussioni che il trapianto renale comporta, mediamente il 77% dei pazienti intervistati afferma di non avere limitazioni, fatta eccezione per quelle attività che richiedono un notevole impegno fisico. L’80% dei pazienti afferma di non aver riscontrato problemi o difficoltà a causa del suo stato emotivo in associazione al trapianto renale, così come il 70% dei pazienti esprime una confortante assenza di dolore, e questo correla con un buon reinserimento lavorativo.  Degli 85 pazienti che sono stati sottoposti alla compilazione del questionario infatti, 36 hanno definito un po’/molto gravoso l’impegno di una regolare assunzione della terapia farmacologica; questo per le particolari modalità di assunzione e l’intrinseca necessità di una assunzione quotidiana per il resto della vita. Andando ad approfondire le motivazioni di queste risposte, è possibile capire le reali motivazioni dei diretti interessati. Coloro che ritengono infatti gravoso l’impegno di una regolare assunzione di farmaci, presentano in buona percentuale un’età anagrafica superiore ai 60, ed un numero di anni trascorsi dal trapianto pari o superiore ai 5 anni.

Conclusioni
 
Un trapianto di rene riuscito fornisce una prospettiva di vita più lunga, con importante riduzione delle morbidità; cosa difficilmente preventivabile per quei pazienti che si sottopongono a trattamenti dialitici (emodialisi o dialisi peritoneale). La possibilità di liberarsi dalle restrizioni intrinseche ai trattamenti dialitici, l’aumento, in termini di resistenza, delle abilità fisiche e le migliori opzioni di reinserimento sociale modificano notevolmente la qualità di vita. Il prezzo imposto da questo miglioramento è la necessità di sottoporsi costantemente alla terapia antirigetto e a controlli clinici ravvicinati.  Conoscere la percezione della persona trapiantata di rene rispetto a tutto ciò è importante per individuare possibili aree di miglioramento nella relazione e nella organizzazione del lavoro infermieristico.

Bibliografia Essenziale

  1. Trevitt R., Trapianto Renale. In: EDTNA/ERCA CKD Interest Group. Insufficienza Renale Cronica (stadio 4-5): Una guida per la pratica clinica. EDTNA/ERCA,2008 pag. 157-197
  2. Stratta P., Coppo R., Audit sulla qualità della vita nei pazienti in insufficienza renale cronica, dialisi e trapianto. Giornale Italiano di Nefrologia. 2008. Anno 25, n. S-41, pag. S45-S57
  3. Apolone G., Mingardi G., Misurare la qualità della vita correlata alla salute (QdVS) nel paziente uremico: una review dei concetti, dei metodi, degli strumenti disponibili, e dei risultati. Giornale Italiano di Nefrologia. 2005, Anno 22 n. 5 pag. 477-489
  4. Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Milano, “Qualità della vita e stato di salute, strumenti di valutazione”. Il questionario SF-36.
  5. Apolone G., Mosconi P., Quattrociocchi L., Questionario sullo stato di salute SF-12 Versione Italiana. Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Milano. 2005

L’INFERMIERE DI DIALISI E IL PREGIUDIZIO DI PESO
Sgreccia M.1, Battistoni G. 1
[1]U.O Nefrologia e Dialisi AUSL Romagna AOO di Rimini

 

Introduzione
 
Secondo recenti statistiche elaborate dall’OMS, circa 2 miliardi di persone nel mondo sono in sovrappeso, di cui più di mezzo miliardo sono obesi. Il contesto socio-culturale odierno è la culla del pregiudizio sul peso e i professionisti della salute non ne sono immuni. I fattori che influenzano il pregiudizio sul peso negli infermieri però, oltre alle esperienze personali e al substrato culturale, possono essere relativi anche alle difficoltà in cui si può incorrere nell’erogazione dell’assistenza infermieristica ad un paziente obeso.  L’obesità rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo della malattia renale cronica. L’aumentata prevalenza di insufficienza renale cronica (ESRD) nei pazienti obesi è in genere attribuita alla presenza di comorbidità quali il diabete e l’ipertensione. Tuttavia, l’obesità “di per sé”, anche in assenza di diabete e ipertensione, aumenta significativamente il rischio di malattia renale cronica e ne accelera la progressione. Anche nei Centri Dialisi della Romagna AOO di Rimini si è assistito ad un progressivo aumento del numero di pazienti obesi e nell’ultimo anno è stato necessario modificare la taratura di almeno un letto a bilancia per ogni Centro oltre i 150 kg, per poter accogliere pazienti con BMI > 40. In alcune discussioni di casi clinici emergono opinioni molto critiche di alcuni infermieri riguardo i pazienti obesi; il dubbio che nasce è: gli infermieri sono soggetti al “weight bias”? E in quale misura? La loro formazione professionale riesce a combattere il pregiudizio culturale?

Metodologia
Obiettivi dello Studio
 
Rilevare quanto persiste il pregiudizio culturale di peso negli infermieri nonostante gli studi e l’esperienza sul campo.  Valutare eventuali azioni formative di rinforzo.
Popolazione
 
La popolazione esaminata è composta da due differenti categorie:  Gli infermieri dell’Unità Operativa Nefrologia e Dialisi dell’Azienda USL della Romagna A.O.O. di Rimini.  Gli studenti del II anno del Corso di Laurea Infermieristica dell’Università di Bologna Campus di Rimini appartenenti all’anno accademico 2015-2016.
Materiali e Metodi Utilizzati
 
“Fat Phobia Scale”: scala composta da 14 coppie di aggettivi opposti che valutano l’esistenza del pregiudizio circa l’obesità

Risultati
 
I dati ottenuti suggeriscono come il pregiudizio sul peso sia presente e, su certi aspetti, si riveli molto forte in entrambe le popolazioni analizzate. Sono gli studenti però a detenere il primato del pregiudizio di peso nella quasi totalità degli item. Questi non hanno ancora ricevuto una formazione specifica sull’argomento perciò stigmatizzano la persona obesa con i canoni, imposti dalla nostra società. Gli infermieri però, pur assumendo un atteggiamento generalmente più neutro, non sono completamente immuni dal ricorso allo stereotipo.

Conclusioni
 
Gli ideali di bellezza imposti oggi dalla cultura occidentale vengono inculcati attraverso un intenso bombardamento mediatico dal quale nessuno sfugge, infermieri inclusi, ai quali non piace la persona “con qualche chilo in più”.  Sicuramente anche le difficoltà nell’erogazione di assistenza infermieristica ad un paziente  obeso giocano un ruolo importante nella determinazione del pregiudizio. Si evince però dai risultati ottenuti che la formazione ricevuta modifica in positivo l’atteggiamento degli infermieri rispetto a quello degli studenti; è auspicabile quindi proporre una formazione continua sull’argomento per facilitare la relazione terapeutica con la persona obesa.

Bibliografia

  1. Gaudio M. Canoni Socioculturali della Bellezza Femminile e Disturbi Alimentari, Contributo pubblicato sul Pol.it Rivista di Psichiatria. gennaio 2015.
  2. Bambi S, Ruggeri M, Becattini G, Lumini E. La Persona Affetta da Obesità Morbosa in Pronto Soccorso: Aspetti Rilevanti per l’Approccio Infermieristico. Scenario 2013. AniArti.
  3. Di Pauli D. Lo stigma sociale dell’obesità colpisce più della stessa malattia. Le Pocket Review. Società Italiana dell’Obesità SIO-triveneto. 2010.
  4. Drake DJ, Dutton K, McAuliffe M, Engelke M, Rose MA. Challenges in Caring for Morbidly Obese Patients in the Acute Setting. Surgery of Relate Diseases. 2005. 1:462-466
  5. Teasdale S. L’effetto del diabete mellito sull’insufficienza renale In: EDTNA/ERCA CKD Interest Group. Insufficienza Renale Cronica (stadio 1-3): Una guida per la pratica clinica. I Edizione italiana. Viadana (MN): EDTNA/ERCA, 2008, pag. 113 - 128.
  6. Cincione I., ADIPONECTINA: UN ORMONE ADIPOCITARIO AL SERVIZIO DEL PODOCITA, Giornale Italiano di Nefrologia / Anno 27 n. 1, 2010 / p. 7

LA GESTIONE INFERMIERISTICA DELLE FERITE DIFFICILI IN DIALISI

Porcaro D*[1], Antimi C., Biagetti E., Domeniconi S., Garetti A., Maraula A., Sgreccia M., Sanchi A.

[1] U.O. Nefrologia e Dialisi AUSL Romagna, AOO di Rimini

 

Introduzione
 
I pazienti affetti da malattia renale cronica terminale in trattamento emodialitico possono presentare diverse manifestazioni cutanee patologiche che impattano negativamente sulla qualità di vita correlata alla salute.  Le principali patologie che provocano interessamento cutaneo sono riassumibili in tre gruppi:  Manifestazioni cutanee secondarie all’uremia (quali xerosi, prurito, iperpigmentazione);  Patologie sistemiche di diversa natura (quali diabete mellito, malattia ateroembolica);  Sindromi genetiche (quali sclerosi tuberosa e la malattia di Fabry-Anderson).  All’infermiere di dialisi oggi non è solo richiesta la competenza sulla gestione della seduta dialitica, sull’accesso vascolare, sul monitor di dialisi, sull’educazione terapeutica nell’insufficienza renale cronica; è richiesta anche la capacità di gestire le complicanze a carico della cute, identificate nel linguaggio comune come “ferite difficili”.  Vengono denominate “Ferite Difficili” quelle perdite di sostanza che non volgono alla guarigione spontanea e che anzi tendono a cronicizzare.  Nella Azienda USL della Romagna, AOO di Rimini, vengono dializzati mediamente 200 pazienti prevalenti; il Centro Dialisi di Rimini concentra al proprio interno la popolazione dialitica maggiormente “complicata” e comorbida e proprio in essa è frequente il riscontro di ferite difficili. Questi pazienti incontrano delle evidenti difficoltà logistiche nell’avvalersi di ambulatori dedicati; la gran parte infatti sono  in  età avanzata, presentano deficit della deambulazione, deficit cognitivi  e spesso le famiglie non riescono a far fronte alle difficoltà di trasporto.

Metodologia
Obiettivi 
Indagare il numero di ferite difficili medicate dagli infermieri del centro dialisi di Rimini, la loro eziologia, la durata del trattamento, la tipologia di medicazione e gli esiti;  Raccogliere dati per valutazioni future anche rispetto ala complessità del paziente

Popolazione
 
Oggetto di questo studio sono state le ferite difficili dei pazienti affetti da insufficienza renale cronica terminale in trattamento emodialitico cronico presso il Centro dialisi di Rimini.

Strumenti
 
Corsi di formazione interna riguardo il wound care;  Metodo T.I.M.E per la wound bed preparation;  Manuale guida AUSL Rimini per il trattamento delle piaghe da decubito;  Medicazioni avanzate previste nel prontuario aziendale;  Scheda rilevazione BWAT modificata;  Consulenza infermieri esperti in wound care della Diabetologia

Risultati
 
Sono state sorvegliate dal 2013 al 2016 in media 78 ferite; i pazienti portatori di queste lesioni erano circa 35 all’anno. Le ferite riscontrate in pazienti diabetici costituiscono più della metà del totale. La percentuale di guarigione ha oscillato tra il 40% e il 80% aumentando con l’aumentare dell’esperienza e della competenza di gruppo.    Il dato costante presente nei 4 anni di osservazione riguarda l’eziologia: la maggior percentuale (dal 35% al 54%) delle ferite è di natura traumatica.

Conclusioni
 
La presa in carico della ferita e l’approfondimento riguardo le metodiche di wound care ha aumentato la sensibilità degli infermieri rispetto alla gestione delle ferite difficili, come dimostrano gli indicatori di esito. Provvedere alla medicazione in corso di seduta dialitica ha aumentato il carico di lavoro degli infermieri, ma ha evitato ai pazienti numerosi accessi extra dialitici alla struttura ospedaliera.  Riguardo l’eziologia delle ferite ci sono due osservazioni fondamentali che scaturiscono da questo studio.  La prima è che, essendo la quella traumatica la più frequente, probabilmente la gran parte di esse potrebbero essere prevenute lavorando sulla educazione alla prevenzione delle cadute accidentali. La seconda: nonostante la causa possa apparire “banale” e di più facile risoluzione rispetto a ulcere diabetiche o a lesioni da pressione, la ferita traumatica si inserisce in un contesto spesso già compromesso e proprio per questo trova tempi lunghi di risoluzione o cronicizza richiedendo un grande impegno come le altre di eziologia diversa.

Bibliografia

  1. Kuypers DR. Skin problems in chronic kidney disease,  Nat Clin Pract Nephrol. 2009 Mar;5(3):157-70. doi: 10.1038/ncpneph1040. Epub 2009 Feb 3.
  2. Raffaella Rizzo, Elena Mancini, Antonio Santoro, Il coinvolgimento cutaneo nelle patologie metaboliche associate a malattia renale cronica, G Ital Nefrol 2014; 31 (5)
  3. European Wound Management Association (EWMA), Documento di Posizionamento. Wound bed preparation nella pratica clinica, MEDICAL EDUCATION PARTNERSHIP LTD, 2004
  4. AUSL Rimini. Manuale Azienda USL Rimini: “Prevenzione e trattamento delle lesioni da Decubito” aggiornamento 2015
  5. Commissione Regionale Dispositivi Medici Regione Emilia Romagna. Le medicazioni avanzate per il trattamento delle ferite acute e croniche, 2016, scaricabile dal sito:  http://salute.regione.emiliaromagna.it/documentazione/rapporti/le-medicazioni-avanzate-per-il-trattamento-delle-ferite-acute-e-croniche-2016